La fotografia di Armin Lihic
CulturesMag incontra Armin Lihic – dalla casa famiglia alla fotografia internazionale: un giovane artista che trasforma il dolore in messaggio di speranza

Quali sono state le tue prime esperienze con la fotografia?
Il mio rapporto con la fotografia è nato in modo istintivo. All’inizio non la vivevo come una professione, ma come un modo per fermare qualcosa che altrimenti sarebbe passato troppo velocemente. Mi attiravano le atmosfere, gli sguardi, le persone e quei piccoli momenti che spesso non possono essere descritti con le parole.Con il tempo ho capito che la macchina fotografica poteva essere molto più di un semplice strumento. È diventata il mio modo di osservare e comprendere il mondo. Attraverso la fotografia ho iniziato a cercare un linguaggio personale e un mio modo di raccontare le storie.
Cosa ti hanno dato le immagini che altre forme di racconto della realtà non ti davano?
La fotografia mi permette di esprimere ciò che a volte non riesco a dire con le parole. Una singola immagine può contenere un’emozione, un ricordo, una domanda e persino un silenzio.Credo che sia proprio questo ad affascinarmi di più: la fotografia lascia spazio a chi la guarda, permettendogli di sentire e interpretare ciò che vede in modo personale.Per me fotografare significa cercare di catturare ciò che spesso le persone non notano: l’emozione dietro uno sguardo, una storia dietro un volto o una sensazione nascosta in un momento apparentemente ordinario.

Le tue esperienze personali hanno influenzato il tuo approccio alla fotografia?
Sì, profondamente. Credo che il modo in cui fotografiamo sia strettamente legato al modo in cui abbiamo imparato a guardare il mondo.La mia storia personale mi ha insegnato molto presto che esistono assenze che possono accompagnare una persona per tutta la vita e domande alle quali, a volte, non esiste una risposta. La fotografia mi ha dato un modo per trasformare queste sensazioni in qualcosa di visibile.Non fotografo semplicemente ciò che vedo. Cerco spesso di trovare ciò che si nasconde dietro ciò che vedo: una persona dietro uno sguardo, una storia dietro un volto o un’emozione dietro un gesto.

Dove hai trascorso la tua infanzia?
Ho trascorso la mia infanzia a Sarajevo, in un orfanotrofio. Ho perso mia madre quando avevo appena undici mesi, quindi la mia crescita non è stata accompagnata dai classici ricordi familiari. Avevo molte domande e pochissime risposte. Ero un bambino piuttosto introverso e spesso vivevo nel mio mondo.L’Italia è entrata nella mia vita molto prima che potessi immaginare che un giorno avrei vissuto a Roma. Quando avevo appena cinque anni, grazie alla collaborazione tra l’orfanotrofio in cui sono cresciuto e un’organizzazione italiana, sono arrivato per la prima volta a Pietracatella, in Molise. È stato lì che ho sperimentato per la prima volta qualcosa che forse mi era mancato più di tutto durante l’infanzia: il calore di una famiglia, il senso di appartenenza e un affetto che fino a quel momento non avevo conosciuto nello stesso modo.È stato anche lì che ho iniziato a imparare l’italiano e ho costruito un legame con l’Italia che mi accompagna ancora oggi.Per questo, vivere oggi proprio in Italia ha per me un significato particolarmente profondo. Quando sono arrivato qui da bambino, non avrei mai potuto immaginare che un giorno avrei chiamato Roma casa, che mi sarei dedicato alla fotografia, che avrei studiato recitazione e letteratura e che avrei cercato di costruire qui il mio percorso artistico.In qualche modo, l’Italia ha fatto parte della mia vita molto prima che potessi rendermi conto di quanto sarebbe diventata importante per me. Forse è proprio per questo che il mio arrivo a Roma rappresenta molto più del semplice trasferimento in un altro Paese. È come se un cerchio della mia vita si fosse chiuso: da bambino, qui ho vissuto per la prima volta qualcosa che mi era mancato; oggi, nello stesso Paese, sto cercando di costruirmi come persona e come artista.
Dove vivi oggi?
Oggi vivo a Roma, una città che per me è diventata molto più di un semplice luogo in cui vivere.

Di cosa ti occupi oggi?
Oggi studio letteratura e, parallelamente, mi dedico alla fotografia, continuando a costruire il mio percorso artistico. Ho frequentato una scuola di recitazione e voglio continuare a sviluppare la mia carriera sia come attore che come fotografo. Mi affascina proprio l’incontro tra diverse forme d’arte, perché mi permette di raccontare storie ed emozioni in modi diversi: attraverso le parole, la fotografia e il cinema.
Qual è la tua ambizione nella fotografia?
La mia più grande ambizione è vedere un giorno le mie fotografie viaggiare nel mondo e fare in modo che le persone riconoscano il mio lavoro e il mio stile. Voglio che le mie fotografie non siano semplicemente belle da vedere, ma che riescano a suscitare un’emozione e a lasciare qualcosa nella memoria di chi le guarda.

Hai dei progetti particolari a cui stai lavorando?
In questo periodo sono concentrato su diversi progetti fotografici e sulla partecipazione a concorsi attraverso i quali voglio continuare a sviluppare e far conoscere il mio lavoro. Presto inizieranno anche le riprese di un cortometraggio che ho scritto e nel quale reciterò; il tema del film è l’identità, un argomento che sento particolarmente vicino.Mi piacerebbe inoltre realizzare presto la mia prima mostra fotografica personale, come occasione per presentare il mio lavoro al pubblico attraverso una selezione di immagini che racconti il mio percorso e il mio modo di vedere.
Biografia

Mi chiamo Armin Lihic e per me la fotografia non è semplicemente un’arte: è un linguaggio attraverso il quale posso dare voce alle persone, alle emozioni e alle storie che spesso rimangono invisibili.
Ho 24 anni e il mio percorso personale è stato segnato da esperienze che hanno profondamente influenzato il mio modo di vedere il mondo. Sono cresciuto in una casa famiglia in Bosnia ed Erzegovina. Quel passato ha lasciato delle tracce dentro di me, ma non ha mai avuto il potere di definire chi sarei diventato.
Proprio da quelle esperienze è nata la mia necessità di raccontare, attraverso la fotografia, temi come l’identità, la solitudine, il senso di appartenenza, la fragilità umana, la solidarietà e la dignità delle persone. Credo che ogni individuo abbia una storia che merita di essere ascoltata e rispettata e che l’arte possa creare un ponte tra le persone, generare empatia e aprire conversazioni su temi spesso difficili.
Fin da giovane ho cercato di utilizzare la creatività come strumento di espressione e di sensibilizzazione. Attraverso la fotografia e il cinema ho affrontato anche tematiche sociali come la salute mentale, la violenza e le difficoltà che molte persone affrontano in silenzio. Ho realizzato un cortometraggio dedicato all’ansia, nato anche da un’esperienza personale, con l’obiettivo di trasmettere un messaggio semplice: chiedere aiuto non è una debolezza, ma un atto di coraggio.
Ho iniziato il mio percorso artistico in Bosnia ed Erzegovina, dove il mio lavoro ha ricevuto diversi riconoscimenti. Tra questi ricordo il Premio Speciale al concorso fotografico “La mia Sarajevo e l’epoca del Covid”, la selezione tra i 100 migliori fotografi in un concorso fotografico internazionale e il piazzamento tra i 20 migliori autori nel concorso dedicato ai monumenti nazionali della Bosnia ed Erzegovina, dove due mie fotografie sono state esposte al Museo di Žitomislić.
Ho inoltre ottenuto il terzo premio al concorso fotografico “L’Italia nell’obiettivo”, organizzato dall’Ambasciata d’Italia in Bosnia ed Erzegovina e dall’Associazione Dante Alighieri. Il mio cortometraggio sul tema della salute mentale ha ricevuto il secondo premio in un festival dedicato a questa tematica.
Il mio percorso mi ha poi portato in Italia, un Paese che rappresenta per me una nuova fase artistica e personale. Qui ho continuato a costruire il mio cammino nella fotografia, ottenendo il primo premio al concorso fotografico Premio Laudato Si’.
Una mia fotografia è stata selezionata tra i finalisti del prestigioso concorso Premio Gianni Borgna e successivamente esposta al Palazzo delle Esposizioni di Roma. Il mio lavoro è stato inoltre scelto per il progetto Sguardi Plurali, grazie al quale sarà pubblicato in catalogo e presentato in mostre a Carbonia, Bologna e Torino.
Parallelamente alla fotografia, sto sviluppando anche il mio percorso nella recitazione. Ho completato la mia formazione presso Accademia Artisti di Roma, perché credo che fotografia e recitazione siano due forme diverse di narrazione, ma entrambe capaci di raccontare l’essere umano e le sue emozioni.
Tuttavia, il valore più grande per me non è rappresentato dai premi ricevuti. Ogni riconoscimento lo considero un messaggio rivolto ai bambini e ai giovani che, per diverse ragioni, hanno vissuto momenti difficili e pensano che il proprio passato possa limitare il loro futuro.
Non voglio che chi cresce senza una famiglia venga definito soltanto dalla propria storia. Voglio che venga riconosciuto per il proprio talento, il proprio impegno, il proprio coraggio e la propria capacità di costruire qualcosa di bello.
La mia più grande speranza è dimostrare che anche dopo i periodi più bui può esistere una nuova possibilità. Io quella possibilità l’ho trovata nell’arte.
Attraverso ogni mia fotografia cerco quella luce che può nascere anche dalle esperienze più difficili e provo a condividerla con chi guarda il mio lavoro.
