Da Pomaia al Tibet, la storia di un bambino cresciuto tra due mondi
A sette anni il primo viaggio in India. Un’infanzia trascorsa all’Istituto Lama Tzong Khapa e un legame con il Tibet diventato, da adulto, un progetto culturale che oggi viaggia attraverso l’Italia
A sette anni Elia Mantovan partì per l’India. Non era una vacanza e non era l’inizio di un viaggio alla ricerca di qualcosa. Per lui era semplicemente la vita che conosceva.Elia era nato e cresciuto a Pomaia, all’interno dell’Istituto Lama Tzong Khapa, uno dei luoghi più importanti in Italia per la diffusione e lo studio del buddhismo tibetano.Fin da bambino si trovò immerso in una realtà particolare: monaci, insegnamenti, tradizioni e maestri tibetani che arrivavano a Pomaia da diverse parti del mondo. Una quotidianità che per un bambino era normale, ma che con il passare degli anni avrebbe assunto un significato sempre più profondo.Il primo viaggio in India, a soli sette anni, fu una delle prime esperienze di quel rapporto con il mondo tibetano che avrebbe accompagnato tutta la sua vita.Elia oggi ricorda quegli anni con una consapevolezza diversa.«Da bambino non mi rendevo conto di quanto fosse particolare il mondo nel quale stavo crescendo. Per me era semplicemente casa».È proprio da quella casa che, molti anni dopo, è nato Nomads Tibet.Il progetto nasce dall’idea di raccontare la cultura tibetana attraverso il cibo e l’incontro con le persone. Il protagonista è il momo, uno dei piatti più conosciuti della tradizione tibetana: un piccolo raviolo che diventa però molto più di un semplice alimento.Attraverso i momo, Elia partecipa oggi a festival ed eventi in diverse parti d’Italia, organizza workshop e crea occasioni per parlare di Tibet, tradizioni e cultura.«Il cibo è un linguaggio che tutti possono capire. Una persona può avvicinarsi per curiosità, assaggiare un momo e poi iniziare a chiedere: da dove viene? Come si prepara? Qual è la storia che c’è dietro?».In questo percorso c’è anche Jinpa, un tibetano appartenente alla generazione che ha lasciato il Tibet dopo l’occupazione cinese e che porta con sé la memoria di un mondo vissuto direttamente.Elia e Jinpa lavorano insieme. Due persone con storie molto diverse: da una parte un italiano cresciuto a Pomaia, dall’altra un tibetano della generazione dell’esilio.Il loro incontro rappresenta anche un passaggio di memoria tra generazioni.Non si tratta soltanto di preparare cibo. Attraverso il lavoro quotidiano, le ricette, le parole e gli incontri con il pubblico, una parte della cultura tibetana continua a essere raccontata e trasmessa.La storia di Elia si intreccia così con quella di Pomaia, un piccolo paese toscano diventato negli anni un punto di riferimento internazionale per il buddhismo tibetano.Per lui, però, Pomaia non è soltanto un luogo conosciuto per la sua importanza spirituale. È il luogo dell’infanzia, dei primi ricordi e delle prime esperienze che hanno contribuito a costruire la sua identità.Oggi Nomads Tibet porta quella storia fuori da Pomaia.Da un festival all’altro, da una cucina improvvisata a un incontro con il pubblico, Elia continua a raccontare una cultura che conosce da quando era bambino.E forse è proprio questo l’aspetto più particolare della sua storia: non ha scoperto il Tibet da adulto. Il Tibet, in qualche modo, faceva già parte della sua infanzia.A sette anni partì per l’India senza sapere che quel viaggio sarebbe rimasto dentro di lui per tutta la vita.Oggi, a distanza di molti anni, quella stessa strada continua attraverso Nomads Tibet: un viaggio iniziato a Pomaia e che ancora non è finito.

